Il report di TOdays 2019: grandi conferme e nuovi dubbi

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Il report di TOdays 2019: grandi conferme e nuovi dubbi

Lo scorso weekend siamo stati al TOdays Festival di Torino, che si è confermato uno degli eventi più interessanti dell'anno per la musica dal vivo in Italia. Ecco com'è andata secondo il nostro Andrea Dellapiana!

Puntuale come la fine di ogni estate, anche quest’anno il TOdays Festival ha portato una tre giorni di grandi concerti nella città e nelle periferie di Torino. Neanche una band italiana in cartellone, per un festival che, ancora più degli scorsi anni, ha voluto marcare con decisione la sua vocazione internazionale.

Nonostante le recenti notizie sulle dimissioni del suo creatore e direttore artistico Gianluca Gozzi, vi vogliamo raccontare cosa ci è piaciuto di quest’edizione appena conclusa, per poi condividere con voi alcune considerazioni.

Non parleremo dunque di ogni concerto singolarmente: sia perché sono stati davvero tanti, sia perché crediamo non sia così interessante andare nei dettagli su una questione così soggettiva che rischia di sfociare facilmente in un pagellino di serie B.

Se dovessimo menzionare i live sembratici i migliori, di sicuro ci ricorderemmo dei concerti dei Low, degli Spiritualized e di Johnny Marr nel parco di Spazio 211, degli Sleaford Mods a Parco Peccei e di Nils Frahm alle Incet.

Ci sembra più interessante però raccontarvi due cose che ci sono piaciute particolarmente di TOdays, su una scala più generale:

  • Il Coraggio: creare una line up composta interamente da gruppi internazionali, senza italiani, è stata di sicuro una scelta coraggiosa. TOdays ha voluto discostarsi dal panorama degli altri eventi musicali estivi italiani e puntare tutto su un tipo di festival che in Italia, sulla musica più o meno rock, potrebbe avere come unico altro collega l’Ypsigrock: ovvero il boutique festival. Di sicuro l’impatto economico di questa scelta sulle tasche della manifestazione sarà stato considerevole e, venendo meno la “comodità” del nome italiano in apertura, si sono anche create strane situazioni: come Bob Mould, ex membro degli storici Husker Du, e la rivelazione Adam Naas, che hanno suonato negli slot di apertura festival alle 18:00, rispettivamente venerdì 23 e sabato 24.


  • La Commistione: TOdays, già dal suo nome, ha sempre voluto essere un festival che porta a Torino la musica più importante del panorama internazionale dei nostri giorni, senza distinzioni di genere e senza paura dei contrasti. E’ stato bello quindi vedere alternarsi, nel giro di poche ore, il rap della working class inglese degli Sleaford Mods con il pianoforte etereo di Nils Frahm, lo slow-core rumoroso dei Low col pop da classifica di Hozier, la disco anni 70 dei Parcels con i classiconi degli Smiths di Johnny Marr. Al di là dei gusti personali, la qualità dei concerti è sempre stata alta e ci sembra che nella sua vocazione di creare un flusso di musica lungo tre giorni senza barriere e senza esclusioni di generi, TOdays sia riuscito in pieno a realizzare la propria idea. Un altro tipo di commistione, più sottile forse, è stata quella delle ambientazioni scelte per il festival: dallo storico parco di Spazio 211, ormai luogo simbolo a Torino per la musica dal vivo, dove si è svolta la maggior parte dei concerti, alle rinnovate e scintillanti Ex Fabbriche Incet che hanno ospitato gli eventi notturni del festival, passando per Parco Peccei, cuore pulsante del quartiere, che ha ospitato il concerto pomeridiano degli Sleaford Mods, uno dei momenti più indimenticabili di tutte l’edizioni di TOdays. Non da dimenticare il corollario di laboratori, installazioni e incontri che hanno animato la città nel pomeriggio del weekend appena passato.


Insomma, si sente che dietro il festival c’è una visione forte e identitaria di quello che la manifestazione vuole essere, che non si basa su un compromesso, ma anzi, che tende a sfidare le concezioni tipiche del festival “all’italiana”.


Fin qui tutto bene, ma le considerazioni con le quali vi vogliamo lasciare sono un po’ amare.

Non possiamo affermarlo con certezza, ma ci sembra che il pubblico di quest’anno sia stato leggermente inferiore rispetto alla passata edizione, lasciandoci il dubbio che un festival così internazionale sia stato poco recepito dai torinesi e dal pubblico in generale. 

Eppure le carte in gioco erano tutte giuste: grandi nomi, prezzi abbordabili, programmazione varia. Forse la defezione dell’headliner Beirut, sostituito all’ultimo dai Ride, ha giocato a sfavore della resa finale della manifestazione, ma ci resta la sensazione che un festival così, sulla carta, meritasse qualcosa di più. Per essere chiari, non stiamo dicendo che questa edizione sia andata male in termini di pubblico, sarebbe un’esagerazione, ma credevamo e ci auguravamo andasse ancora meglio.

Se poi anche il direttore artistico Gianluca Gozzi ha dato le sue dimissioni, stanco della mancanza di progettualità a lungo termine e delle meccaniche lentissime che ci sono nel nostro paese dietro l’organizzazione di un evento come il suo, forse è il caso di ammettere che qualcosa di strano stia succedendo. Che l’Italia sia un paese poco al passo coi tempi riguardo i festival? Se una tre giorni di concerti con i nomi in cartellone che abbiamo sentito a Torino si fosse svolta all’estero, sarebbe andata meglio? C’è chi, in questi giorni, ha detto di sì.  

Il futuro di TOdays per ora rimane incerto: il comune di Torino ha affermato che il prossimo anno la manifestazione si rifarà e sta trattando con lo stesso Gozzi per coinvolgerlo nuovamente nella squadra organizzativa, ma resta che, con la defezione del suo creatore, tutto potrebbe succedere.

Per il momento, noi siamo grati a TOdays di essere stato quello che è stato in questi anni e di aver portato a Torino dei nomi che sarebbe stato impossibile vedere in città, non tutti insieme, non in quei contesti. Da PJ Harvey a Mac De Marco, dai TV on The Radio agli M83, dai War On Drugs ai Mount Kimbie, la lista è infinita.

Restiamo in attesa di scoprire cosa succederà con l’anno nuovo. Nel frattempo, viva TOdays Festival.


Andrea Dellapiana Andrea Dellapiana